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Non ho una grande memoria, o per lo meno, ricordo poco le cose che non mi interessano. Pensavo in questi giorni a come ho trascorso la mia infanzia.

Ricordo ancora le tavole di legno piene di pomodori stesi al sole coperti da un zanzariera, le manine mie e dei miei cugini avvicinarsi repentinamente per gustare i pomodori secchi fatti in casa.

Penso a quando ci si svegliava all’alba perché non vedevamo l’ora di andare al mare, la montagna che scalavamo come piccoli esploratori che a guardarla adesso mi viene da ridere perché non è poi cosi alta come sembrava.

Giocavamo a calcio e io di solito stavo in porta perché non ero particolarmente dotata.
Mio fratello si occupava di suddividerci in squadre da tre e che fossimo maschi o femmine non ci importava perché a noi piaceva giocare tutti insieme.

Guardo le nostre foto e penso che eravamo vestiti davvero male, in piena linea con la brutale moda anni 80.
Non ricordo di chi fossero quel fuseaux viola o quella maglia due taglie più grandi di me, non immagino neanche il perché io stessi indossando una t-shirt prettamente maschile, ma vedo che sorrido e i miei occhi brillano.

Poi c’è la foto con le mie cugine dove siamo vestite identiche, stesso cerchietto e stessa canottiera e mi chiedo come facessero le nostre mamme a non scambiarle.

E penso che negli anni 80 si scriveva il proprio nome a penna sui vestiti, sui grembiuli, sulle felpe.

Adesso Ettore magari avrà il ricordo delle sue magliette o del suo zainetto che ho riempito di adesivi.

Avrà il ricordo di una mamma intenta a replicare quello che ha fatto la sua nonna in modo tradizionale, solo che, questa volta, il suo nome non verrà lavato via da un ciclo di 30 gradi.


Articolo realizzato in collaborazione con Stikets Italia

 

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